Era una promettente e affermata atleta, campione mondiale indoor. Poi è diventata suor Elena e ha scelto l'Africa.
Suor Elena è oggi una Figlia di Maria Ausiliatrice missionaria. Qualcuno sulla storia della sua vocazione avrebbe voluto scrivere un libro, ma non riuscì a convincerla. E resta ferma nel non voler parlare di sé. Eppure la sua vicenda ha del singolare, anche se lei non la pensa così. A sorpresa, si è raccontata finalmente nel mese di marzo a un giornalista del quotidiano «Avvenire». E si è visto quali sorprese possa nascondere il sorriso di una suora che vive in Africa tra i poveri del mondo.
«CI SONO MEDAGLIE CHE NON VERRANNO MAI CELEBRATE, ma che valgono più della gloria sportiva, perché sanno di sudore, fatica, sacrificio». Comincia così Riccardo Maccioni nel suo articolo «La campionessa che corre con gli ultimi».
«Suor Elena Rastello, 37 anni (nel 1997), salesiana, deve essersi detta qualcosa di simile il giorno in cui, riposte in soffitta tuta e scarpette chiodate, ha smesso di correre. O, meglio, ha cambiato registro e obiettivi: ieri erano le gare e la voglia di record, oggi le baraccopoli africane e il desiderio di dare una vita migliore a chi non possiede nulla».
«Facevo mezzo fondo a buon livello», racconta suor Elena, però non ero un'agonista esasperata. Non ho mai considerato l'atletica una ragione di vita. Era soltanto una finestra aperta su un futuro ancora tutto da disegnare».
In realtà le cronache sportive raccontano che a 21 anni, quando appese le scarpe al chiodo, aveva già ottenuto successi di prestigio come la vittoria sui 3000 metri nell'incontro Italia-Canada svoltosi a Montreal o il record del mondo indoor, conquistato a Genova sulla distanza dei 2000 metri. Correva a livello nazionale per la Libertas-Torino. Le avversarie si chiamavano Dorio, Possamai, Gargano.
«NON RIMPIANGE MAI UNA VITA DIVERSA, non sogna le medaglie che avrebbe potuto conquistare se avesse continuato a correre?», le chiede il giornalista. Risponde: «La gloria umana, anche quella sportiva, dura un soffio. Non può riempirti l'esistenza». E aggiunge: «Ma poi, chi l'ha detto che non corro più? Corro, corro. Corro per dare un po' di conforto alla gente disperata. Corro per testimoniare, anche se in modo imperfetto e lacunoso, l'amore di Dio».
Elena, dopo la decisione di farsi suora, si laureò in pedagogia e, qualche anno più tardi, partì per l'Africa: prima in Kenia e oggi a Dar-el-Salaam, capitale della Tanzania. Qui, insieme a due consorelle, una indiana e l'altra polacca, ha dato vita a un progetto di recupero e avviamento al lavoro della gioventù locale.
A TAMEKE la presenza della comunità salesiana rappresenta, in qualche modo, una sfida. Dei 240mila abitanti, infatti, solo 1.300 sono cattolici. Il 40 per cento è costituito da musulmani, il resto della popolazione segue le religioni tradizionali. «Viviamo in un quartiere periferico, in mezzo alle baracche. Di chi è emigrato alla ricerca di un impiego senza trovarlo. Siamo in affitto e questo ci aiuta a capire la precarietà, il non sapere cosa ti riserverà il domani». La loro casa non è un convento separato dal mondo, ma una giovane comunità immersa in un tessuto sociale poverissimo, dove l'energia elettrica è un bene che nessuno possiede, e molti muoiono di miseria. O di Aids. Nella casa salesiana, una tettoia è adibita a luogo di incontro. Nelle aule scolastiche e nei tre campi sportivi, passano giovani, soprattutto ragazze, alle quali vengono offerti corsi di formazione professionale, una biblioteca popolare, la possibilità di stare insieme. Il centro offre ospitalità, insegna a confezionare abiti che poi saranno venduti sul mercato locale, mette a disposizione un orto i cui frutti vengono distribuiti tra le famiglie più bisognose. ( intervista del 1997 sul bollettino salesiano !)



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