INCONTRO CON FRANCESCO PERRONE.
Era il 1984, stavo bene ed ero nel pieno della mia gioventù. Gli amici, le ore piccole, la patente. Tutto ciò che è anormale a quell’età diventa normale. Finita la Ragioneria e raggiunta la Maturità, invece di affacciarmi al mondo del benessere mi ritrovai in un pianeta sconosciuto: quello degli ammalati.
Era il 1984, stavo bene ed ero nel pieno della mia gioventù. Gli amici, le ore piccole, la patente. Tutto ciò che è anormale a quell’età diventa normale. Finita la Ragioneria e raggiunta la Maturità, invece di affacciarmi al mondo del benessere mi ritrovai in un pianeta sconosciuto: quello degli ammalati.
Una realtà difficile da accettare.
Mi accorsi che qualcosa stava cambiando quando persi la vista e non riuscivo più a fare nulla né per me né per gli altri. Nessuno credeva a quello che stavo dicendo. Ero un tipo scherzoso e per questo tutti faticavano a prendere sul serio la mia condizione. Una febbre incessante peggiorava il mio stato ed a questo si aggiunse, pian piano, un fastidioso formicolio alle gambe. Si insinuavano i primi dubbi, subentravano le prime paure.
Era la vigilia dei miei 20 anni. Il 2 novembre entrai per la prima volta in uno studio medico a Cosenza con il supporto di un mio grande amico. Decisero di trattenermi per un po’ in ospedale ma nessuno, in quei sette interminabili giorni di degenza, seppe dirmi le cause del mio malessere. Lasciai la struttura con molta preoccupazione dopo innumerevoli indagini senza risultato e ricominciai alla volta di Roma. Ebbi un’altra grossa delusione. Nessuno riuscì a capire la situazione in cui mi trovavo.
Mi accorsi che qualcosa stava cambiando quando persi la vista e non riuscivo più a fare nulla né per me né per gli altri. Nessuno credeva a quello che stavo dicendo. Ero un tipo scherzoso e per questo tutti faticavano a prendere sul serio la mia condizione. Una febbre incessante peggiorava il mio stato ed a questo si aggiunse, pian piano, un fastidioso formicolio alle gambe. Si insinuavano i primi dubbi, subentravano le prime paure.
Era la vigilia dei miei 20 anni. Il 2 novembre entrai per la prima volta in uno studio medico a Cosenza con il supporto di un mio grande amico. Decisero di trattenermi per un po’ in ospedale ma nessuno, in quei sette interminabili giorni di degenza, seppe dirmi le cause del mio malessere. Lasciai la struttura con molta preoccupazione dopo innumerevoli indagini senza risultato e ricominciai alla volta di Roma. Ebbi un’altra grossa delusione. Nessuno riuscì a capire la situazione in cui mi trovavo.
Fui indirizzato verso Firenze dove ai miei problemi venne dato un nome: ischemia. Cominciarono a somministrarmi farmaci a base di cortisone che mi costrinsero per molto tempo a raggiungere l’esagerato peso di 200 Kg.
Anche a Milano non ci furono risultati e continuai con i farmaci cortisonici. Dopo tanti tentativi falliti mi rivolsi ad un luminare inglese. Partiti per l’Inghilterra, il medico fece un’analisi dettagliata della mia situazione arrivando ad una conclusione: una nuova e sconosciuta malattia. Ricordo ancora chiaramente le
parole che mi rivolse il professore inglese: “Non so di cosa si tratti nello specifico, ma sei giovani e ti prometto che ti rimetterò in piedi e che tornerai a camminare”.
Rientrai in Italia, ma la battaglia con la malattia continuava fino a quando i miei genitori decisero di portarmi in America. Cominciò per me una grande gare di solidarietà. Si misero in moto tre paesi per farmi partire: Fagnano, Roggiano e San Marco. Avevo bisogno di molti soldi per recarmi in un centro specializzato
dove sarebbe stato possibile andare a fondo alla questione.
Riuscii a prendere quell’aereo e la mia speranza si alimentava sempre di più. Arrivai in clinica e dopo una lunga ed accurata visita decisero di sottopormi a risonanza magnetica perché qualcosa non risultava chiaro. Mi prelevarono il liquido dalla zona lombare e lo esaminarono. Non esisteva i mezzi tempestivi di oggi e dovetti aspettare sette giorni per avere una diagnosi.
Ero stato scelto da una malattia nuova: la Sclerosi Multipla. La mia cartella clinica si arricchiva di cure e sperimentazioni. La prima cosa da fare era la riabilitazione per evitare chi i muscoli si atrofizzassero. Rientrato a casa si rese forte la necessità di un sostegno valido e mi affidai a due stampelle. Da lì ripresi in mano di nuovo la mia vita.
Anche a Milano non ci furono risultati e continuai con i farmaci cortisonici. Dopo tanti tentativi falliti mi rivolsi ad un luminare inglese. Partiti per l’Inghilterra, il medico fece un’analisi dettagliata della mia situazione arrivando ad una conclusione: una nuova e sconosciuta malattia. Ricordo ancora chiaramente le
parole che mi rivolse il professore inglese: “Non so di cosa si tratti nello specifico, ma sei giovani e ti prometto che ti rimetterò in piedi e che tornerai a camminare”.
Rientrai in Italia, ma la battaglia con la malattia continuava fino a quando i miei genitori decisero di portarmi in America. Cominciò per me una grande gare di solidarietà. Si misero in moto tre paesi per farmi partire: Fagnano, Roggiano e San Marco. Avevo bisogno di molti soldi per recarmi in un centro specializzato
dove sarebbe stato possibile andare a fondo alla questione.
Riuscii a prendere quell’aereo e la mia speranza si alimentava sempre di più. Arrivai in clinica e dopo una lunga ed accurata visita decisero di sottopormi a risonanza magnetica perché qualcosa non risultava chiaro. Mi prelevarono il liquido dalla zona lombare e lo esaminarono. Non esisteva i mezzi tempestivi di oggi e dovetti aspettare sette giorni per avere una diagnosi.
Ero stato scelto da una malattia nuova: la Sclerosi Multipla. La mia cartella clinica si arricchiva di cure e sperimentazioni. La prima cosa da fare era la riabilitazione per evitare chi i muscoli si atrofizzassero. Rientrato a casa si rese forte la necessità di un sostegno valido e mi affidai a due stampelle. Da lì ripresi in mano di nuovo la mia vita.
Grande fu lo sconforto ma alla fine sapevo che nulla ormai sarebbe cambiato. Accettai quella condizione
andando avanti con la stessa serenità di chi, a 26 anni, voleva vivere. Rinunciai ad un lavoro ma non ai sogni. Costruii lo stesso una famiglia sposandomi e mettendo al mondo una meravigliosa bambina.
andando avanti con la stessa serenità di chi, a 26 anni, voleva vivere. Rinunciai ad un lavoro ma non ai sogni. Costruii lo stesso una famiglia sposandomi e mettendo al mondo una meravigliosa bambina.
Il tempo però è il peggior nemico della mia malattia ed infatti, dopo 15 anni, mi costrinse ad arrendermi ad una sedia a rotelle. Con lei trascorro le mie giornate. Continuo a sottopormi a varie cure e sto bene.
Ho 46 anni e sono fiero di esserci, di vivere una vita normale nonostante le grandi difficoltà. Mi definisco un uomo fortunato perché credo che il bello sia nelle piccole cose che vivo quotidianamente. Sono passato a soli 20 anni dall’altra parte della strada, dove si diventa ottimisti e si riesce a gioire per ogni piccolezza. Godo ugualmente della crescita di mia figlia, forse di più, perché se fossi stato un uomo in carriera avrei sicuramente dato meno importanza a queste cose. Invece sono presente e mi basta. Sorrido alle lamentele degli altri mentre io di notte ho bisogno di essere spostato per poter dormire e per espletare tutte le funzioni necessarie. Ma sto bene. Sono qui con molta forza d’animo e tanta voglia di condividere la mia particolare esperienza. Mi sento diverso perché so di sapere qualcosa in più rispetto agli altri e non perché non sia come gli altri. (da il paesano, periodico calabrese)



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