Sul Messaggero.it un approfondimento di Renato Pezzini su Yara, le ricerche e Brembate Sopra: la riservatezza applaudita da Massimo Gramellini sulla Stampa è qui invece letta un po' come omertà che di fatto non aiuta le indagini
Nessuno ha visto, nessuno ricorda, nessuno parla, perfino la telecamera della videosorveglianza non ha registrato nulla perché è fuori uso da agosto. E così le indagini sulla scomparsa di Yara ristagnano in una palude di indeterminatezza. Non fosse per l’accento padano degli indigeni e per le scritte in dialetto bergamasco che salutano i visitatori (”Ben riàcc a Brembat”, benvenuti a Brembate), verrebbe da credere che qui regni l’omertà mafiosa come in una sorta di Corleone del profondo nord. Ma non è così. O almeno, giurano che non sia così: «Questa è solo riservatezza». O discrezione, o basso profilo: «Qui siamo abituati a parlare poco e a fare molto» è l’orgoglioso ritornello locale.
Certo è, però, che stavolta un po’ di orgoglio in meno e di loquacità in più potrebbero dare una mano a carabinieri e poliziotti che da giorni si dannano l’anima per trovare una qualche traccia della esile ragazzina di 13 anni scomparsa nel nulla uscendo da un centro sportivo che brulica tutto il giorno di decine e decine di atleti in allenamento, mamme che accompagnano figli in piscina, istruttori di nuoto, prof di ginnastica, addetti alla manutenzione. Senza contare che proprio davanti al centro sportivo corre una strada che più trafficata non si può. Eppure, tra tutta quella gente non s’è ancora trovato uno straccio di testimone in grado di dire qualcosa di significativo. Anzi, un testimone si è trovato, ma poi si è scoperto che aveva inventato tutto il proprio dettagliato racconto solo per far colpo su una graziosa giornalista della tv.
Intendiamoci, non che questo silenzio collettivo significhi assenza di solidarietà. Decine di persone si sono messe a disposizione per dare una mano, e lo hanno fatto gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Molti hanno partecipato e partecipano generosamente alle ricerche della piccola nelle campagne, nei cantieri, nei cascinali abbandonati; altri invece sono stati dirottati a presidiare i luoghi topici di questo dramma per tenere a distanza eventuali portatori insani di turbativa alla quiete pubblica.
Le autorità di paese ripetono fino allo sfinimento che non vogliono far la fine di Avetrana, dove una tragedia familiare è stata trasformata in un circo di nefandezze mass mediatiche. Una preoccupazione sacrosanta, che non basta però a spiegare la ragione per cui il sindaco leghista di Brembate da cinque giorni a questa parte convoca a cadenza regolare i giornalisti (lo ha fatto anche ieri) non per chiedere una mano a trovare indizi che possano sciogliere il mistero di Yara, ma per implorare discrezione e riservatezza e rispetto; non per lanciare un appello affinché chi ha visto o sentito qualcosa si faccia avanti, ma per ribadire che la preoccupazione primaria del Comune è di non traumatizzare il placido tran-tran dei residenti.
Ragion per cui, a lanciare appelli di collaborazione si sono viste costrette le forze dell’ordine che, dopo giorni di inutili ricerche guidate unicamente dal fiuto dei cani segugio, hanno fatto affiggere alle porte del centro sportivo - l’ultimo luogo in cui Yara è stata vista - dei cartelli con cui invitano i frequentatori delle palestre e delle piscine a fare uno sforzo di memoria, a spulciare nei ricordi, a rovistare nei cassetti delle cose viste e sentite alla ricerca di qualcosa - anche una piccola cosa - che possa fornire uno spunto per iniziare a risolvere il rompicapo. Perché, quando c’è di mezzo la vita di una ragazzina, tutto può diventare importante, anche la forza di mandare a ramengo - per una volta - discrezione e riservatezza.
Renato Pezzini - bergamonews.itNessuno ha visto, nessuno ricorda, nessuno parla, perfino la telecamera della videosorveglianza non ha registrato nulla perché è fuori uso da agosto. E così le indagini sulla scomparsa di Yara ristagnano in una palude di indeterminatezza. Non fosse per l’accento padano degli indigeni e per le scritte in dialetto bergamasco che salutano i visitatori (”Ben riàcc a Brembat”, benvenuti a Brembate), verrebbe da credere che qui regni l’omertà mafiosa come in una sorta di Corleone del profondo nord. Ma non è così. O almeno, giurano che non sia così: «Questa è solo riservatezza». O discrezione, o basso profilo: «Qui siamo abituati a parlare poco e a fare molto» è l’orgoglioso ritornello locale.
Certo è, però, che stavolta un po’ di orgoglio in meno e di loquacità in più potrebbero dare una mano a carabinieri e poliziotti che da giorni si dannano l’anima per trovare una qualche traccia della esile ragazzina di 13 anni scomparsa nel nulla uscendo da un centro sportivo che brulica tutto il giorno di decine e decine di atleti in allenamento, mamme che accompagnano figli in piscina, istruttori di nuoto, prof di ginnastica, addetti alla manutenzione. Senza contare che proprio davanti al centro sportivo corre una strada che più trafficata non si può. Eppure, tra tutta quella gente non s’è ancora trovato uno straccio di testimone in grado di dire qualcosa di significativo. Anzi, un testimone si è trovato, ma poi si è scoperto che aveva inventato tutto il proprio dettagliato racconto solo per far colpo su una graziosa giornalista della tv.
Intendiamoci, non che questo silenzio collettivo significhi assenza di solidarietà. Decine di persone si sono messe a disposizione per dare una mano, e lo hanno fatto gratuitamente, senza chiedere nulla in cambio. Molti hanno partecipato e partecipano generosamente alle ricerche della piccola nelle campagne, nei cantieri, nei cascinali abbandonati; altri invece sono stati dirottati a presidiare i luoghi topici di questo dramma per tenere a distanza eventuali portatori insani di turbativa alla quiete pubblica.
Le autorità di paese ripetono fino allo sfinimento che non vogliono far la fine di Avetrana, dove una tragedia familiare è stata trasformata in un circo di nefandezze mass mediatiche. Una preoccupazione sacrosanta, che non basta però a spiegare la ragione per cui il sindaco leghista di Brembate da cinque giorni a questa parte convoca a cadenza regolare i giornalisti (lo ha fatto anche ieri) non per chiedere una mano a trovare indizi che possano sciogliere il mistero di Yara, ma per implorare discrezione e riservatezza e rispetto; non per lanciare un appello affinché chi ha visto o sentito qualcosa si faccia avanti, ma per ribadire che la preoccupazione primaria del Comune è di non traumatizzare il placido tran-tran dei residenti.
Ragion per cui, a lanciare appelli di collaborazione si sono viste costrette le forze dell’ordine che, dopo giorni di inutili ricerche guidate unicamente dal fiuto dei cani segugio, hanno fatto affiggere alle porte del centro sportivo - l’ultimo luogo in cui Yara è stata vista - dei cartelli con cui invitano i frequentatori delle palestre e delle piscine a fare uno sforzo di memoria, a spulciare nei ricordi, a rovistare nei cassetti delle cose viste e sentite alla ricerca di qualcosa - anche una piccola cosa - che possa fornire uno spunto per iniziare a risolvere il rompicapo. Perché, quando c’è di mezzo la vita di una ragazzina, tutto può diventare importante, anche la forza di mandare a ramengo - per una volta - discrezione e riservatezza.
Quanto mi piace l'Italia di Yara, la ragazzina scomparsa una settimana fa. Mi piace il suo cellulare con solo dieci numeri in rubrica: un mondo piccolo di affetti seminati in profondità, perché voler bene richiede tempo e troppi amici significa nessun amico. Mi piace la sobrietà dei suoi genitori che non fanno appelli, non si affacciano ai talk show e respingono la fiaccolata proposta dal parroco: il dolore è una cosa seria, metterlo in piazza non significa condividerlo, ma svenderlo. E mi piace il contegno del suo paese, Brembate, dove nessuno rompe la consegna del silenzio. Ogni tanto spunta un microfono sotto qualche naso infreddolito, ma la reazione è sempre un diniego, un passo che accelera.
E' una storia priva di emozioni e gonfia di sentimenti, quindi poco televisiva e molto viva. Il parallelo con il circo di Avetrana sembra inevitabile, ma non è il caso di farne l'ennesima puntata di un derby Nord-Sud. Il nonno-padre-marito delle vittime di Erba era lombardo eppure il giorno dopo stava già in televisione a perdonare tutti come se il perdono fosse un vino novello che gorgoglia dall'uva pestata anziché un barolo da lasciar riposare per anni affinché sgorghi saporito e sincero. Nessuno si sarebbe appassionato ai mondi cavernosi dello zio e della cugina di Sarah Scazzi se la televisione non li avesse resi popolari prima che si accertassero le loro responsabilità. A quel punto è stato come se la polizia avesse arrestato due vip.
A Brembate va in scena un'altra storia, un'altra Italia a cui ci stringiamo in silenzio come piace a lei. Massimo Gramellini
E' una storia priva di emozioni e gonfia di sentimenti, quindi poco televisiva e molto viva. Il parallelo con il circo di Avetrana sembra inevitabile, ma non è il caso di farne l'ennesima puntata di un derby Nord-Sud. Il nonno-padre-marito delle vittime di Erba era lombardo eppure il giorno dopo stava già in televisione a perdonare tutti come se il perdono fosse un vino novello che gorgoglia dall'uva pestata anziché un barolo da lasciar riposare per anni affinché sgorghi saporito e sincero. Nessuno si sarebbe appassionato ai mondi cavernosi dello zio e della cugina di Sarah Scazzi se la televisione non li avesse resi popolari prima che si accertassero le loro responsabilità. A quel punto è stato come se la polizia avesse arrestato due vip.
A Brembate va in scena un'altra storia, un'altra Italia a cui ci stringiamo in silenzio come piace a lei. Massimo Gramellini




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